Sasso Quadro

[Da “Carta Archeologica d’Italia – Bomarzo, Mugnano, Bassano in Teverina” – T. Gasperoni, G. Scardozzi]

Sasso-Quadro-Bassano-17

Il Poggio Sasso Quadro ha origine da una piattaforma in peperino che occupa un’eccezionale posizione acropolica dovuta alla congiuntura di due condizioni topografiche: è uno dei più elevati del territorio (m 324 s.l.m.) e, al contempo, è posto sul ciglio della scarpata che scende fino al Tevere.*

In prossimità del ciglio settentrionale della piattaforma è scavata una cavità irregolarmente circolare di m 2,50 (N-S) x 2,60 (E-O), profonda m 1-1,30; la parete non è continua ma ad E si interrompe per un tratto lungo ca. m 1,30, corrispondente ad una sorta di apertura che mette in comunicazione la cavità con lo strapiombo. Lungo il perimetro, ad una distanza che varia da cm 16 a cm 80, si dispongono sei buche quadrangolari, la maggiore delle quali (SO) misura cm 40×36 ed è profonda cm 45. All’altezza della angolo NO della cavità descritta, ad una quota inferiore rispetto ad essa, nella parete della piattaforma in pendenza sul precipizio, si osservano altre due buche irregolarmente circolari, distanti l’una dall’altra m 2,70: quella ad E misura cm 40×35 ed è profonda cm 80; l’altra, di cm 70×65 e profonda cm 50, presenta un piccolo canale di cm 40 che parte dal suo orlo e termina sul ciglio del masso.

È possibile identificare la cavità centrale con la base di una capanna; nei fori lungo il suo perimetro potrebbero essere state alloggiate assi di legno sostenenti una copertura.

Più a SO rispetto alle evidenze descritte, nella piattaforma sono presenti alcuni tagli ortogonali, anche su più livelli, riconducibili ad attività di cava.

Nel versante orientale della piattaforma è scavata una scalinata rupestre composta da circa dieci gradini (alt. cm 8-30) che si articola in due tratti, uno orientato a E-O (lungh. m 1,20; largh. m 1), l’altro a N-S (lungh. m 2,70; largh. m 0,90).

*Durante la Seconda Guerra Mondiale, la piattaforma è stata la sede della contraerei tedesca a difesa del ponte di ferro su cui la ferrovia attraversava il Tevere nel territorio di Giove).

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Chiesa della Madonna della Quercia – Le Origini

[Da “Bassano in Teverina, Documenti di Storia e di Fede Popolare”; pagg. 9-16; Don Delfo Gioacchini]

Chiesa della Madonna della Quercia

Nel 1852, in occasione della sua prima visita pastorale della diocesi di Orte, il vescovo Agostino Maria Mengacci inviò al clero di Bassano un questionario in cui, a proposito delle chiese esistenti nel territorio del comune, chiedeva quale titolo avessero, in quale epoca erano state costruite e consacrate, chi ne fosse il rettore pro-tempore, chi l’amministratore e chi, se v’era, il patrono.

Per la chiesa della Madonna della Quercia, il vicario foraneo del tempo, Don Giacomo Troncarelli, rispose che s’ignorava l’epoca della fondazione, che la chiesa non risultava consacrata, che il rettore pro-tempore era l’eremita Nicola Orsini e che il “patrono” era il comune.

La visita della chiesa fu effettuata il 2 maggio 1852.

Narra la breve cronaca introduttiva che, accompagnato dal Sac. Giacomo Troncarelli, da Don Francesco Lattanzi e dal chierico Angelo Cappetta, il vescovo della chiesa dei Santi Fidenzio e Terenzio proseguì fino alla chiesa della Quercia, “che è distante da Bassano oltre mille passi e fu eretta con i contributi dei fedeli nell’anno 1677, e viene amministrata da Santesi o ufficiali del Comune di Bassano”.

Evidentemente il vescovo, non soddisfatto delle risposte ricevute dal questionario, aveva dato ordine al cancelliere della Curia di fare al riguardo opportune ricerche d’archivio ed era venuto in possesso di notizie che, su luogo, con il trascorrere del tempo e per l’affievolirsi del primitivo fervore, erano andate smarrite.

Il documento più antico sulla chiesa della Madonna della Quercia risale al 2 giugno 1609.

Il vescovo Ippolito Fabbrani, Agostiniano, era giunto in diocesi nel dicembre del 1607, quattro mesi dopo la morte del suo predecessore Andrea Longo.

Appena trascorso il periodo invernale, giusto il tempo necessario per ambientarsi e informarsi sulla situazione della diocesi, il 7 giugno 1608 iniziò a Orte la prima visita pastorale che si protrasse fino al 9 settembre.

Il 20 maggio dell’anno successivo iniziò la visita in diocesi: si portò dapprima a Vasanello (20-23 maggio); il 25 passò a Canepina e vi rimase fino al 26; quindi si trasferì a Soriano (27-30 maggio); il 31 maggio e il 1° giugno fu a Chia e, infine, la mattina del 2 arrivò a Bassano in Teverina.

Dall’insieme degli atti di cronaca si ricava l’impressione che la visita a Bassano non fu, come purtroppo allora accadeva, una fredda e burocratica ispezione sulla manutenzione degli edifici di culto, degli altari, delle suppellettili sacre e sulla regolarità e correttezza dei libri di amministrazione delle opere pie e delle confraternite, ma divenne, di fatto, un vero e proprio pellegrinaggio mariano, tanti furono i segni di schietta pietà popolare che in quelle due giornate il vescovo ebbe modo di verificare.

La mattina del 2 giugno, appena arrivato, benedisse l’immagine della Madonna, venerata nella chiesa di S. Maria dei Lumi sotto il titolo di Immacolata Concezione, e dispose che venisse collocata entro una cornice dorata, al centro di un baldacchino, cioè di un coronamento fisso, ornato di fregi e stucchi.

Nel pomeriggio di quello stesso giorno accadde un fatto che, riconsiderato oggi, a distanza di qualche secolo, non esitiamo a definire provvidenziale.

Si avvicinarono al vescovo, che aveva appena finito di amministrare la cresima a un gruppo non numeroso di fanciulli “utriusque sexus”, i quattro priori che costituivano il Magistrato della comunità cittadina, Cesare Andreuzzi, Giacomo Nicolai, Febo Baldini e Bartolomeo Antoni, e lo pregarono con umile e calda insistenza di volersi degnare di recarsi a visitare un’immagine della Beatissima Vergine Maria, dipinta su una tegola, che si trovava sulla strada pubblica, in contrada Raelli.

Il vescovo, forse sorpreso dalla semplicità e dal calore di quell’invito, non esitò un momento e, accompagnato da loro e da altre persone, si mise subito in cammino.

Sul posto vide la piccola folla accostarsi a quell’immagine con una trepidazione così amorosa e raccolta che mai avrebbe sospettato di trovare in quelle persone abituate al duro lavoro dei campi.

Con candida ma ferma determinazione, a nome di tutta la comunità, i priori gli dissero che era loro proposito di togliere la Madonna da quel luogo solitario, di portarla in una zona più accessibile e vicina all’abitato e di collocarla in un’edicola attorno alla quale avevano deciso di costruire una Chiesa.

Molte persone, assicurarono, erano pronte a dare il loro contributo.

L’amore alla Madonna era l’aspetto che più di ogni altro caratterizzava la personalità del vescovo Fabbrani.

Quando aveva fatto l’ingresso in Orte, in omaggio all’antichità della diocesi, aveva portato in dono il mosaico della Madonna di scuola Bizantina del secolo VIII e quando fu informato che, per antica tradizione, il Venerdì Santo si svolgeva in città una grandiosa processione, volle che la Bara del Cristo morto venisse sostituita dall’immagine della Madonna Addolorata.

Quella richiesta così viva e spontanea aveva fatto vibrare in lui una corda assai sensibile e per questo subito accolta.

I priori e le persone che lo accompagnavano, dinanzi a tanta disponibilità, cominciarono a discutere subito di quale potesse essere il luogo più adatto. Furono avanzate diverse proposte ma alla fine tutti si trovarono concordi nel dare la preferenza a una quercia che si trovava in mezzo a una radura della “macchia del Poggio”, nella piana ai confini con Soriano e Chia, di proprietà di Ser Bernardino di Pietro.

Nella sequenza dei fatti che si susseguirono in quel pomeriggio, stando agli atti di cronaca, non ci fu pausa o interruzione alcuna.

Il documento citato lascia però ragionevolmente supporre che Ser Bernardino di Pietro era sul posto, con quel gruppo di persone che avevano accompagnato il vescovo insieme con i priori. Si fece, dunque, subito avanti e disse di essere ben lieto di offrire la parte

di terreno necessaria per costruire la chiesa e si dichiarava disposto ad accettare in cambio qualsiasi prezzo al vescovo fosse piaciuto.

A questo punto non era più il caso di perdere tempo e sulla strada di ritorno, nell’orto del priore Giacomo Nicolai, alla presenza di Nobilio Cenci, rettore di Bassano, e di Pietro Martino Guelfo, rettore del Castello di Chia, che facevano da testimoni, il notaio del comune stese subito l’atto d’acquisto.

Che il documento del 2 giugno 1609 si riferisca alla chiesa della Madonna della Quercia è dimostrato, senza ombra di dubbio, dal “bastardello” riassuntivo degli atti contenuti nel volume e da un breve regesto di esso compilato per il vescovo Bernardino Vari nella visita del 1732 e inserito nell’elenco degli edifici sacri appartenenti alle confraternite e alle altre istituzioni ecclesiastiche di ciascun centro abitato della diocesi.

[…]

La contrada Raello comprendeva, e comprende tuttora, quella parte del territorio del comune di Bassano che da rione “Caponte” si estende fino alla valle. Oggi è quasi del tutto abbandonata ma, fino a poco tempo fa, da quel terreno scosceso, argilloso e soggetto a continue frane, i piccoli proprietari cercavano ancora di tirar fuori un po’ di magro raccolto, piantandovi piselli.

Era allora attraversato da un viottolo stretto, accidentato, piuttosto ripido e sdrucciolevole, che faceva da accorciatoia per scendere alla piana di Lucignano. La richiesta unanime della comunità di trasportare l’immagine della Madonna in altro luogo, raggiungibile dal popolo senza troppa difficoltà era, dunque, pienamente giustificata.

Il già citato documento testimonia anche un’altra edificante realtà: che la devozione per quell’immagine su tegola doveva essere veramente profonda se moltissime persone si dichiararono disposte a dare il proprio contributo per costruire sulla strada, in un prato circondato da un bosco (conservando così i caratteri

della sua originaria collocazione), una chiesa in cui quella tegola venisse conservata ed esposta alla venerazione dei fedeli.

Il vescovo Fabbrani aveva capito che quella richiesta scaturiva dallo slancio sincero dell’anima popolare e non aveva esitato ad emanare subito le opportune disposizioni nel senso desiderato.

Chiesa di Santa Maria dei Lumi

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STORIA

La chiesa di Santa Maria dei Lumi è la vecchia sede parrocchiale di Bassano ed è posta in corrispondenza della porta del Borgo Antico. 

Venne costruita tra il 1100 e il 1200. La prima citazione della chiesa è da individuare in un documento chiamato Regesto di Farfa, conservato a Roma nella Biblioteca Vaticana .

Per via della sua ristrettezza e del progressivo aumento demografico del territorio, cadde in disuso nel 1855, quando venne costruita una nuova parrocchia dedicata a Maria Immacolata; per un certo periodo, dopo il 1870, perse il proprio carattere di luogo sacro venendo spesso concessa per gli usi più diversi come seggio per le elezioni comunali, come deposito di grano, come lazzaretto per i malati, come sala per lotterie di beneficenza o come negozio di cooperative di consumo.

Da questo stato di abbandono fu tratta in salvo nel 1928, quando vennero promossi i lavori di restauro, come testimonia la lapide posta nella contro-facciata. Nel febbraio del 1929 la chiesa fu riconsacrata e riaperta al culto. In tempi recenti (1976-1984), grazie all’intervento di restauro della Soprintendenza per i beni ambientali e architettonici del Lazio, si è scoperto che la chiesa è dotata anche di un grande campanile (anch’esso, come la chiesa, risalente al secolo XII) che si trova, però, all’interno di quella che alla popolazione sembrava una normale torre di epoca rinascimentale, posta a circa 12 metri dalla chiesa.

Chiesa di S. Maria dei Lumi e Torre dell'Orologio
Chiesa di S. Maria dei Lumi e Torre dell’Orologio (l’antico campanile della chiesa si trova all’interno della torre).

CARATTERISTICHE E INTERNO

La chiesa è costruita interamente con blocchi di peperino, ha impianto basilicale e all’interno presenta una copertura a capriate con pianelle in cotto (decorate con gigli alternati a rombi) e tre navate suddivise in due file di sei colonne, collegate tra loro da archi a tutto sesto. L’abside presenta una sopraelevazione di alcuni gradini ed è rettangolare; nella penultima campata della navata destra si apre una piccola cappella a pianta quadrata, con un piccolo altare e volta a crociera ribassata.

L’edificio, di chiara origine romanica, è frutto di rifacimenti susseguitesi nei secoli. Secondo i critici, la chiesa doveva avere all’origine tre navate terminanti con tre absidi, separate da file di quattro colonne per lato, ma a causa di opere di restauro (probabilmente per aumentarne la capienza), fra la metà del XVI e del XVII secolo, si arricchì dell’abside, della piccola cappella laterale e delle ultime due campate verso l’abside cui corrispondono le colonne, diverse dalle altre sia nel fusto che nei capitelli, di ordine tuscanico.

È sempre a questo periodo che i critici fanno risalire l’insieme delle pitture interne. Infatti, all’interno della chiesa si possono ammirare tre dipinti: uno raffigurante il Battesimo di Gesù, un altro raffigurante S. Antonio Abate ed infine un terzo raffigurante la Crocifissione.

Breve storia di Bassano in Teverina

Panoramica di Bassano in Teverina
Panoramica di Bassano in Teverina

L’origine del paese è estremamente incerta. La terminazione del nome, derivante dal suffisso aggettivale latino -anus riporta all’epoca romana e, unita alla radice del nome, sembra ricordare il gentilizio (Bassus) di un personaggio che nella zona possedeva i latifondi: Bassus>Bassanus>Bassano.

Il centro di Bassano in Teverina nasce su uno sperone tufaceo in posizione leggermente arretrata rispetto alla valle del Tevere, della quale domina una parte. La sua posizione, nascosta dai poggi circostanti, non consente la visibilità delle località confinanti quali Mugnano, Attigliano, Chia e Bomarzo. Un sistema di avvistamento e di comunicazione doveva però esistere attraverso i poggi Sasso Quadro (m 324 s.l.m.) e Poggio Zucco (m 318 s.l.m.), collegati direttamente a Bassano attraverso antichi percorsi viari e sedi di antichi insediamenti, testimoniati da resti di edifici.

A valle del centro storico, a non molta distanza dal Tevere è il Lago di Vladimonio o Lago Vadimone, localmente noto come il “Laghetto”, descritto da Plinio il Giovane come “una ruota messa a giacere, con una circonferenza in tutto regolare […] di colore più pallido, più verde e più intenso del marino”. Oggi quasi del tutto interrato, è alimentato da sorgenti sulfuree che vi riversano acque lattiginose, le quali, unitamente alla vegetazione palustre e ai depositi minerali formano ammassi di una certa consistenza che devono aver suggerito l’idea delle “isole galleggianti” di cui parlano alcuni autori latini. Ai tempi dei romani il lago, chiamato Lacus Vladimonis, oltre ad essere più ampio era pure considerato sacro: in prossimità delle sue sponde gli Etruschi compivano riti e feste periodiche, mentre nelle sue acque i Romani immergevano le armi per renderle invitte.

Costruito sulle pendici dei monti Cimini, Bassano rappresentava un punto di passaggio obbligato lungo l’ultimo tratto del percorso che da Soriano portava al Tevere, ed esercitava anche funzione strategica sulla valle. Già abitato in epoca etrusca, venne abbandonato durante la dominazione dei Romani che avevano conquistato tutta la zona circostante, espugnando il territorio attraverso due cruente battaglie: la prima nel 309 a.C., sotto la guida del console Quinto Fabio Rulliano e la seconda nel 283 a.C con la quale sconfissero definitivamente gli Etruschi ed i Senoni, una popolazione di origine gallica, che aveva precedentemente occupato il territorio. Secondo una leggenda, in quell’occasione le acque del fiume Tevere si tinsero di rosso e portarono con esse i cadaveri dei nemici, annunciando a Roma la vittoria. Una volta impossessatisi del luogo, i Romani, per consolidare l’acquisito dominio sulle genti etrusche e vigilare sulla navigazione tiberina, fondarono su queste colline un castrum, identificato col nome di Castrum Amerinum (si crede sia l’attuale Palazzolo di Vasanello), stando ad una carta topografica realizzata dalla famiglia Mattei nella seconda metà del XVII secolo. Il sito venne recuperato fra il IX e il X secolo quando, sotto la minaccia degli Ungari, tornò ad assumere importanza sia per la posizione facilmente difendibile che per la vicinanza con la via Amerina, strada romana in quei tempi ancora in uso.

Il nome di Bassano in Teverina compare per la prima volta agli inizi del 1000. Secondo la tradizione, la Contessa Matilde di Canossa, proprietaria di vasti possedimenti nel viterbese, avrebbe donato il castello di Bassano ed altri luoghi della Teverina al pontefice Gregorio VII nel 1070. A testimonianza di ciò vi è anche una bolla di Innocenzo III risalente al 1212, in cui si asserisce che in quella data tale feudo apparteneva alla Camera Apostolica già da molto tempo. Il paese, dunque, si trovò sempre sotto la protezione della Chiesa, al riparo dagli attacchi dei potenti comuni vicini, soprattutto quello di Orte.

Tra il 1298 il 1377 venne eretto a comune, ma sempre e comunque alla dipendenza diretta della Santa Sede. Nel 1437 la diocesi di Orte, della quale Bassano faceva parte, venne unita a quella di Civita Castellana. Nel 1527, Papa Clemente VII donò il feudo al nobile napoletano Alfonso Lagne, alla cui morte tornò sotto il governo della Camera Apostolica. Nel 1559, l’insieme fu venduto da Pio IV al Cardinale Cristoforo Madruzzo, al fratello Nicola ed al nipote Fortunato. Un ventennio dopo, il cognato di quest’ultimo, Cardinale Marco Sittico Altemps, acquistò il feudo e ordinò la costruzione di un suo palazzo, ma alla fine del XVI secolo il territorio venne definitivamente riconsegnato nelle mani della Camera Apostolica, che se ne occupò per numerosi altri anni a venire. Nel 1929 il comune di Bassano, piuttosto debole e piccolo, fu appoggiato a quello di Orte, per tornare ad essere autonomo solamente nel 1958. Il 25 novembre del 1943, in piena seconda guerra mondiale, subì gravi danni a causa di una tremenda esplosione che squassò la zona: un treno tedesco carico di munizioni in sosta nella sottostante stazione saltò in aria, creando uno spostamento d’aria che sollevò tetti e distrusse muri del vecchio borgo, costringendo la popolazione ad abbandonarlo e rendendolo inabitabile per molti decenni.

Da qualche decennio il borgo risulta interessato da una serie di interventi di recupero: sono stati ristrutturati, per iniziativa pubblica, 31 alloggi ERP per 10.000 m3. Nel 2002 si è provveduto, inoltre, al consolidamento del costone tufaceo su cui poggia gran parte del borgo.