Il Lago Vadimone nella lettera di Plinio il Giovane al suo amico Gallo

<<Noi siamo soliti intraprendere viaggi attraverso il mare per conoscere tante cose, mentre trascuriamo quanto abbiamo sotto gli occhi, sia perché siamo naturalmente disposti a trascurare le cose vicine per andare dietro a quelle lontane, sia perché si affievolisce il desiderio per tutte le cose che facilmente abbiamo l’occasione di vedere e sia perché spesso si differisce di vedere ciò che ci è dato di contemplare ogni volta che vogliamo.

Comunque noi ignoriamo tante cose nella nostra stessa città e nelle vicinanze di essa, non soltanto per non averle mai viste, ma anche per non averne mai inteso parlare. Che se si trattasse dell’Acaia, dell’Egitto, dell’Asia o di qualsiasi altra regione famosa per tante cose meravigliose, le avremmo ascoltate, lette e percorse.

Certamente io stesso, or non molto, ho inteso e veduto cose che per l’innanzi non avevo né sentito né veduto.

L’avo di mia moglie aveva voluto che io andassi a vedere i suoi poderi presso Amelia. Mentre li percorrevo, mi si presentò allo sguardo il sottostante lago chiamato Vadimone, di cui si raccontano cose straordinarie.

Giunsi presso di esso. Il lago è circoscritto a guisa di ruota distesa orizzontalmente, ed è uguale da ogni parte: nessuna insenatura, nessuna obliquità, ma tutto misurato, uguagliato, scavato e tagliato come da una mano di artefice.

Il colore è più chiaro del turchino e più cupo del verde: l’odore è di zolfo e il sapore medicinale. Ne emana una energia per la quale gli organismi fiaccati vengono irrobustiti.

Per quanto piccolo lo specchio d’acqua, tuttavia risente i venti e si gonfia per le tempeste.

Questo lago non è solcato da nessun naviglio (perché sacro) ma vi galleggiano delle isolette erbose tutte ricoperte di canne, giunchi e quel che si trova in ogni altra fertile palude, prodotte nei contorni del lago. Come forma ognuna ha la sua figura: tutte hanno rasi i margini perché, urtando continuamente contro la sponda o tra di loro, logorano e vengono logorate. Hanno tutte uguale altezza, uguale leggerezza, poiché come carena s’immergono nel bassofondo. Queste si sporgono da ogni lato: dalla stessa acqua sono parimenti sollevate e sommerse. Talvolta si uniscono e stringono, diventando simili alla terraferma, talvolta sono portate qua e là da venti contrari e qualche volta, prive di quiete, si vedono correre singolarmente. Spesso le più piccole si attaccano alle più grandi come barchette a navi da trasporto e spesso le più grandi e le più piccole assumono tra di loro quasi una gara di corsa. E di nuovo tutte spinte ad uno stesso punto e quando si fermano fanno avanzare la terraferma; danno al lago una forma e la ritolgono: finalmente quando restano al centro non lo restringono. Si sa che le pecore, pascolando le erbe, son solite inoltrarsi in quelle isole, come se fossero le estremità della sponda, e che non si accorgono del terreno mobile se non, quando staccate dalla sponda, vengono portate via; ma una volta ingannate, si spaventano per le acque del lago che le circonda. E tosto che trasportate dal vento si trovano fuori dell’acqua. Non si sono accorte né come vi sono entrate né come ne sono uscite.

Il lago sbocca in un fiume che, dopo essersi mostrato un poco alla vista, si immerge sottoterra e scorre altamente nascosto; e se prima di sottrarsi alla vista ha portato via qualche cosa, la conserva e la restituisce.

Ho voluto scriverti queste cose perché credo che non ti siano meno ignote, né meno gradite che a me. Poiché a te pure come a me niente più diletta quanto le opere della natura. Sta bene.>>

lago vadimone

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