Chiesa della Madonna della Quercia – Le Origini

[Da “Bassano in Teverina, Documenti di Storia e di Fede Popolare”; pagg. 9-16; Don Delfo Gioacchini]

Chiesa della Madonna della Quercia

Nel 1852, in occasione della sua prima visita pastorale della diocesi di Orte, il vescovo Agostino Maria Mengacci inviò al clero di Bassano un questionario in cui, a proposito delle chiese esistenti nel territorio del comune, chiedeva quale titolo avessero, in quale epoca erano state costruite e consacrate, chi ne fosse il rettore pro-tempore, chi l’amministratore e chi, se v’era, il patrono.

Per la chiesa della Madonna della Quercia, il vicario foraneo del tempo, Don Giacomo Troncarelli, rispose che s’ignorava l’epoca della fondazione, che la chiesa non risultava consacrata, che il rettore pro-tempore era l’eremita Nicola Orsini e che il “patrono” era il comune.

La visita della chiesa fu effettuata il 2 maggio 1852.

Narra la breve cronaca introduttiva che, accompagnato dal Sac. Giacomo Troncarelli, da Don Francesco Lattanzi e dal chierico Angelo Cappetta, il vescovo della chiesa dei Santi Fidenzio e Terenzio proseguì fino alla chiesa della Quercia, “che è distante da Bassano oltre mille passi e fu eretta con i contributi dei fedeli nell’anno 1677, e viene amministrata da Santesi o ufficiali del Comune di Bassano”.

Evidentemente il vescovo, non soddisfatto delle risposte ricevute dal questionario, aveva dato ordine al cancelliere della Curia di fare al riguardo opportune ricerche d’archivio ed era venuto in possesso di notizie che, su luogo, con il trascorrere del tempo e per l’affievolirsi del primitivo fervore, erano andate smarrite.

Il documento più antico sulla chiesa della Madonna della Quercia risale al 2 giugno 1609.

Il vescovo Ippolito Fabbrani, Agostiniano, era giunto in diocesi nel dicembre del 1607, quattro mesi dopo la morte del suo predecessore Andrea Longo.

Appena trascorso il periodo invernale, giusto il tempo necessario per ambientarsi e informarsi sulla situazione della diocesi, il 7 giugno 1608 iniziò a Orte la prima visita pastorale che si protrasse fino al 9 settembre.

Il 20 maggio dell’anno successivo iniziò la visita in diocesi: si portò dapprima a Vasanello (20-23 maggio); il 25 passò a Canepina e vi rimase fino al 26; quindi si trasferì a Soriano (27-30 maggio); il 31 maggio e il 1° giugno fu a Chia e, infine, la mattina del 2 arrivò a Bassano in Teverina.

Dall’insieme degli atti di cronaca si ricava l’impressione che la visita a Bassano non fu, come purtroppo allora accadeva, una fredda e burocratica ispezione sulla manutenzione degli edifici di culto, degli altari, delle suppellettili sacre e sulla regolarità e correttezza dei libri di amministrazione delle opere pie e delle confraternite, ma divenne, di fatto, un vero e proprio pellegrinaggio mariano, tanti furono i segni di schietta pietà popolare che in quelle due giornate il vescovo ebbe modo di verificare.

La mattina del 2 giugno, appena arrivato, benedisse l’immagine della Madonna, venerata nella chiesa di S. Maria dei Lumi sotto il titolo di Immacolata Concezione, e dispose che venisse collocata entro una cornice dorata, al centro di un baldacchino, cioè di un coronamento fisso, ornato di fregi e stucchi.

Nel pomeriggio di quello stesso giorno accadde un fatto che, riconsiderato oggi, a distanza di qualche secolo, non esitiamo a definire provvidenziale.

Si avvicinarono al vescovo, che aveva appena finito di amministrare la cresima a un gruppo non numeroso di fanciulli “utriusque sexus”, i quattro priori che costituivano il Magistrato della comunità cittadina, Cesare Andreuzzi, Giacomo Nicolai, Febo Baldini e Bartolomeo Antoni, e lo pregarono con umile e calda insistenza di volersi degnare di recarsi a visitare un’immagine della Beatissima Vergine Maria, dipinta su una tegola, che si trovava sulla strada pubblica, in contrada Raelli.

Il vescovo, forse sorpreso dalla semplicità e dal calore di quell’invito, non esitò un momento e, accompagnato da loro e da altre persone, si mise subito in cammino.

Sul posto vide la piccola folla accostarsi a quell’immagine con una trepidazione così amorosa e raccolta che mai avrebbe sospettato di trovare in quelle persone abituate al duro lavoro dei campi.

Con candida ma ferma determinazione, a nome di tutta la comunità, i priori gli dissero che era loro proposito di togliere la Madonna da quel luogo solitario, di portarla in una zona più accessibile e vicina all’abitato e di collocarla in un’edicola attorno alla quale avevano deciso di costruire una Chiesa.

Molte persone, assicurarono, erano pronte a dare il loro contributo.

L’amore alla Madonna era l’aspetto che più di ogni altro caratterizzava la personalità del vescovo Fabbrani.

Quando aveva fatto l’ingresso in Orte, in omaggio all’antichità della diocesi, aveva portato in dono il mosaico della Madonna di scuola Bizantina del secolo VIII e quando fu informato che, per antica tradizione, il Venerdì Santo si svolgeva in città una grandiosa processione, volle che la Bara del Cristo morto venisse sostituita dall’immagine della Madonna Addolorata.

Quella richiesta così viva e spontanea aveva fatto vibrare in lui una corda assai sensibile e per questo subito accolta.

I priori e le persone che lo accompagnavano, dinanzi a tanta disponibilità, cominciarono a discutere subito di quale potesse essere il luogo più adatto. Furono avanzate diverse proposte ma alla fine tutti si trovarono concordi nel dare la preferenza a una quercia che si trovava in mezzo a una radura della “macchia del Poggio”, nella piana ai confini con Soriano e Chia, di proprietà di Ser Bernardino di Pietro.

Nella sequenza dei fatti che si susseguirono in quel pomeriggio, stando agli atti di cronaca, non ci fu pausa o interruzione alcuna.

Il documento citato lascia però ragionevolmente supporre che Ser Bernardino di Pietro era sul posto, con quel gruppo di persone che avevano accompagnato il vescovo insieme con i priori. Si fece, dunque, subito avanti e disse di essere ben lieto di offrire la parte

di terreno necessaria per costruire la chiesa e si dichiarava disposto ad accettare in cambio qualsiasi prezzo al vescovo fosse piaciuto.

A questo punto non era più il caso di perdere tempo e sulla strada di ritorno, nell’orto del priore Giacomo Nicolai, alla presenza di Nobilio Cenci, rettore di Bassano, e di Pietro Martino Guelfo, rettore del Castello di Chia, che facevano da testimoni, il notaio del comune stese subito l’atto d’acquisto.

Che il documento del 2 giugno 1609 si riferisca alla chiesa della Madonna della Quercia è dimostrato, senza ombra di dubbio, dal “bastardello” riassuntivo degli atti contenuti nel volume e da un breve regesto di esso compilato per il vescovo Bernardino Vari nella visita del 1732 e inserito nell’elenco degli edifici sacri appartenenti alle confraternite e alle altre istituzioni ecclesiastiche di ciascun centro abitato della diocesi.

[…]

La contrada Raello comprendeva, e comprende tuttora, quella parte del territorio del comune di Bassano che da rione “Caponte” si estende fino alla valle. Oggi è quasi del tutto abbandonata ma, fino a poco tempo fa, da quel terreno scosceso, argilloso e soggetto a continue frane, i piccoli proprietari cercavano ancora di tirar fuori un po’ di magro raccolto, piantandovi piselli.

Era allora attraversato da un viottolo stretto, accidentato, piuttosto ripido e sdrucciolevole, che faceva da accorciatoia per scendere alla piana di Lucignano. La richiesta unanime della comunità di trasportare l’immagine della Madonna in altro luogo, raggiungibile dal popolo senza troppa difficoltà era, dunque, pienamente giustificata.

Il già citato documento testimonia anche un’altra edificante realtà: che la devozione per quell’immagine su tegola doveva essere veramente profonda se moltissime persone si dichiararono disposte a dare il proprio contributo per costruire sulla strada, in un prato circondato da un bosco (conservando così i caratteri

della sua originaria collocazione), una chiesa in cui quella tegola venisse conservata ed esposta alla venerazione dei fedeli.

Il vescovo Fabbrani aveva capito che quella richiesta scaturiva dallo slancio sincero dell’anima popolare e non aveva esitato ad emanare subito le opportune disposizioni nel senso desiderato.